Le consulenze

Aree di intervento nel disagio psichico

Disturbi d’Ansia


Disturbo di panico

Disturbo di ansia generalizzato

Fobia sociale

Disturbo ossessivo – compulsivo

Ipocondria

Disturbi dell’umore


Depressione

Disturbo bipolare

Disturbo della personalità
Disturbo evitante di personalità

Disturbo dipendente di personalità

Disturbo ossessivo-compulsivo di personalità

Disturbo paranoide di personalità

Disturbo schizzonoide di personalità

Disturbo schizzoide di personalità

Disturbo istrionico di personalità

Disturbo narcisistico di personalità

Disturbo Borderline

Disturbo antisociale di personalità

Disturbi dell’alimentazione


Anoressia nervosa

Bulimia nervosa

Altri
Disturbi sessuali

Disturbi post-traumatici da stress

 

APPROFONDIMENTI

Disturbo d’ansia
Il disturbo di panico è un disturbo d’ansia, caratterizzato da frequenti ed inaspettati attacchi di panico.
L’ansia e la paura sono emozioni normali, che provano tutti. Hanno la funzione di segnalare situazioni pericolose o spiacevoli, mediante le modificazioni fisiologiche prodotte dall’adrenalina che entra in circolo nel sangue. Entro certi livelli, dunque, l’ansia e la paura sono necessarie a ciascuno di noi in quanto ci consentono di affrontare le situazioni temute ricorrendo alle risorse mentali e fisiche più adeguate.
Si ha un attacco di panico quando l’ansia o la paura provate sono così intense da produrre alcuni dei seguenti sintomi mentali e fisici:
palpitazioni o tachicardia;
•    sensazione di asfissia o di soffocamento;
•    dolore o fastidio al petto (es. senso di oppressione toracica);
•    sensazioni di sbandamento o di svenimento (es. debolezza alle gambe, vertigini, visione annebbiata);
•    disturbi addominali o nausea;
•    sensazioni di torpore o di formicolio;brividi di freddo o vampate di calore;
•    tremori o scosse;
•    bocca secca o nodo alla gola;
•    sudorazione accentuata;
•    sensazione di irrealtà (derealizzazione) o sensazione di essere staccati da se stessi (depersonalizzazione);
•    confusione mentale;
•    paura di perdere il controllo o di impazzire;
•    paura di morire.
L’attacco di panico, dunque, è la forma più acuta e intensa dell’ansia ed ha le caratteristiche di una crisi che si consuma in circa dieci minuti.
Nel corso della vita, in periodi di stress emotivo, può accadere di avere qualche sporadico attacco di panico. Se la situazione si ripete troppo frequentemente , occorre rivolgersi ad uno specialista.

Gli attacchi di panico che si sperimentano solo venendo a contatto con oggetti o situazioni specifiche, invece, sono manifestazioni di altri disturbi d’ansia, in particolare della fobia sociale, della fobia specifica e del disturbo post-traumatico da stress.
Nella fobia sociale gli attacchi di panico sono provocati da situazioni sociali, nelle quali il soggetto teme di essere umiliato o di sentirsi imbarazzato.

Gli attacchi di panico che si manifestano, invece, quando si viene a contatto con oggetti o situazioni specifiche temute (es. toccare animali, prendere l’ascensore, attraversare ponti, vedere il sangue) sono manifestazioni della fobia specifica.

Nel disturbo post-traumatico da stress, infine, il panico può essere indotto da stimoli che riportano alla memoria l’evento traumatico all’origine del disturbo stesso.
La psicoterapia elettiva è l’approccio cognitivo-comportamentale per il disturbo di panico si basa sul presupposto che, durante un attacco di panico, la persona tende ad interpretare alcuni stimoli esterni (es. code nel traffico, luoghi chiusi, luoghi aperti) o interni (es. tachicardia, sensazione di svenimento, confusione mentale) come pericolosi, come il segnale di un’imminente catastrofe; tali interpretazioni, spaventando la persona, scatenano l’ansia, con i relativi sintomi mentali e fisici. Può capitare, ad esempio, di interpretare l’accelerazione del proprio battito cardiaco, dovuta ad uno sforzo fisico, come segnale di un pericolo e questo provoca ansia. Se i sintomi dell’ansia vengono poi, a loro volta, interpretati in modo catastrofico, ossia se si prospettano conseguenze disastrose, il livello d’ansia cresce ulteriormente, intrappolando il soggetto in un circolo vizioso che culmina in un attacco di panico.

Nell’esempio precedente, i sintomi dell’ansia possono essere interpretati come il segnale di un imminente infarto.  trattamenti per la cura del disturbo di panico riconosciuti come più efficaci sono la farmacoterapia e la psicoterapia. 
La terapia farmacologica è a base di benzodiazepine ed antidepressivi di nuova generazione.
Talvolta questo trattamento risulta risolutivo, ma frequentemente, all’interruzione della farmacoterapia, la sintomatologia si ripresenta. I farmaci, infatti, in tempi relativamente brevi riducono l’intensità dei sintomi che caratterizzano il disturbo, ma sembra lascino inalterate le sue cause.

Disturbo d’ansia generalizzato 
Le caratteristiche essenziale del Disturbo d’Ansia Generalizzato (Gad) sono la presenza di ansia e preoccupazione eccessive, che si manifestano per la maggior parte del tempo per almeno 6 mesi, nei riguardi di una quantità diventi o attività. La persona ha difficoltà a controllare la preoccupazione.

L’’ansia e la preoccupazione sono accompagnate da almeno tre sintomi tra i quali irrequietezza, facile affaticabilità, difficoltà a concentrarsi, irritabilitàensione muscolare e sonno disturbato. Come implica il nome, l’ansia che caratterizza il disturbo non è concentrata o elicitata da un particolare oggetto o situazione (ovvero, è aspecifica). Nel commentare le sue difficoltà il paziente è di solito assai preciso e appropriato nel riconoscere per primo la discrepanza tra imensione reale delle difficoltà da affrontare e quota d’ansia che queste vocano, ma non riesce a fare a meno di preoccuparsi.Gli eventi di cui la persona si preoccupa eccessivamente possono cambiare anche frequentemente.

Alcune delle persone, riconoscono che le loro preoccupazioni sono eccessive, soprattutto dopo che l’evento temuto non si è verificato; altre ritengono che i loro timori siano realistici. In entrambi i casi, comunque, si sperimenta un disagio soggettivo dovuto alla preoccupazione costante.A partire da una preoccupazione e dalla relativa ansia, infatti, si attivano catene di pensieri negativi dette rimuginazioni, che mantengono e incrementano lo stato iniziale.

Le rimuginazioni nascono come tentativi di risoluzione dei problemi.Per attenuare le preoccupazioni costanti, chi ha il disturbo d’ansia generalizzato può tentare di attuare comportamenti tipo distrazioni e controllo del pensiero al fine di attenuare la preoccupazione; comportamenti di evitamento o procrastinazione al fine di non avere sorprese spiacevoli; richiesta di rassicurazioni, al fine di interrompere le rimuginazioni (es. chiedere rassicurazioni agli altri sul fatto che le cose andranno bene). Questi comportamenti, pur contribuendo momentaneamente al sollievo dall’ansia, a lungo andare mantengono e rinforzano la    condotta patologica. 
L’ansia è un’emozione normale, che prova ogni soggetto sano. Ha la funzione di campanello d’allarme di situazioni di pericolo o spiacevoli, permettendoci così di affrontarle ricorrendo alle risorse mentali e fisiche più adeguate.        Entro certi livelli, dunque, l’ansia  è necessaria a ciascuno di noi; quando si è troppo ansiosi, però, diminuisce la capacità di pensare lucidamente e di risolvere i problemi.

La presenza di crisi d’ansia o dei sintomi descritti in precedenza (es. tensione muscolare, irrequietezza, irritabilità) non è necessariamente indice di un disturbo d’ansia generalizzato. Tali sintomi, infatti, potrebbero essere la manifestazione di una condizione di salute generale (es. ipertiroidismo) o potrebbero essere dovuti all’uso di alcune sostanze psicoattive (es. caffeina, farmaci come sedativi, ipnotici o ansiolitici).

Si può, invece, diagnosticare un disturbo d’ansia generalizzato quando la preoccupazione della persona non è limitata alla possibilità di avere un attacco di panico, di sentirsi imbarazzato in pubblico, di avere una grave malattia, di aumentare di peso , di essere contaminato o di rivivere un evento traumatico (come nel disturbo post-traumatico da stress).
La terapia d’elezione è la psicoterapia. Nei suoi molteplici indrizzi eventualmente al  bisogno si può appoggiare ad una farmacoterapia  Riguardo alla psicoterapia, da alcuni studi, risulta che nella cura del disturbo d’ansia generalizzato il trattamento cognitivo comportamentale  effettuato sia individualmente che in gruppo, è più efficace di altri trattamenti (es. psicoterapia analitica).

Nella terapia farmacologica vengono utilizzati antidepressivi di nuova generazione e benzodiazepine. A breve termine questi farmaci risultano efficaci, ma all’interruzione della loro assunzione, è possibile che i sintomi del disturbo si ripresentino in quanto le sue cause possono restare inalterate. Curare questo disturbo coi soli farmaci potrebbe essere come curare un forte mal di schiena facendo uso esclusivo di antidolorifici: dopo qualche tempo è possibile che il dolore si ripresenti poiché non si è agito su ciò che lo ha provocato.

FOBIA SOCIALE
La fobia sociale (disturbo d’ansia sociale) è caratterizzata da ansia significativa indotta dall’esposizione a determinate situazioni interpersonali o di prestazione in pubblico, spesso associata ad evitamenti sistematici e frequenti di tali contesti.

Gli esseri umani sono animali sociali e la loro capacità di interagire piacevolmente con altri individui è di grande rilevanza in molte funzioni importanti dell’esistenza, comprese la famiglia, la formazione, il lavoro, lo svago, il corteggiamento, i rapporti sentimentali, ecc.

Anche se una certa agitazione ed apprensione in situazioni sociali è del tutto comune, le persone affette da fobia sociale presentano così tanto ansia che evitano la maggior parte delle situazioni sociali o vi si espongono con grande sofferenza. Circa il 13% della popolazione generale ha un episodio di fobia sociale nella propria vita; il disturbo interessa circa il 9% delle donne e il 7% degli uomini. Gli uomini hanno più probabilità delle donne di sviluppare una forma severa di ansia sociale o un disturbo di personalità evitante (si veda al riguardo la sezione dedicata ai Disturbi di Personalità: Personalità Evitante). Alcune persone sono timide per temperamento e mostrano propensione alla vergogna molto precocemente e, successivamente, possono sviluppare un disturbo fobico sociale. In altri individui le prime esperienze di ansia sociale si verificano durante la pubertà.

Alcune forme di fobia sociale sono legati a specifiche situazioni di prestazione, per cui la persona presenta ansia solo quando deve effettuare un’attività particolare in pubblico. La stessa attività eseguita da solo non produce disagio. Le situazioni che innescano comunemente allarme e disagio tra le persone affette da questo disturbo includono: parlare in pubblico; effettuare delle attività sotto lo sguardo altrui come, ad esempio, leggere in chiesa o suonare uno strumento musicale; mangiare insieme ad altre persone; firmare un documento davanti a degli osservatori; utilizzare un bagno pubblico. Gli individui con la fobia sociale temono che le loro prestazioni o azioni appariranno agli occhi degli altri inadeguate e/o ridicole.

Si preoccupano spesso che la loro ansia sarà evidente per il fatto che gli potrebbe capitare di sudare, arrossire, vomitare a causa della tensione, tremare o parlare con voce flebile e incerta; paventano di poter perdere il filo del discorso e non ricordare più nulla.

Disturbo Ossessivo Compulsivo
Le caratteristiche essenziali del Disturbo Ossessivo-Compulsivo sono ossessioni o compulsioni ricorrenti, sufficientemente gravi da far impiegare molto tempo o da causare disagio marcato.

Le ossessioni sono idee, pensieri, impulsi o immagini persistenti, sono vissute come intrusive e inappropriate, e causano ansia o disagio marcati. Ci si riferisce alla qualità intrusiva e inappropriata delle ossessioni con il termine “egodistoniche”: sensazione della persona che il contenuto delle ossessioni sia estraneo, non sia sotto il proprio controllo e non sia il tipo di pensiero che si aspetterebbe di avere. Comunque, la persona è capace di riconoscere che le ossessioni sono il prodotto della sua mente e non vengono imposte dall’esterno.

Le ossessioni più frequenti sono pensieri ripetitivi di contaminazione (per es., essere contaminati quando si stringe la mano a qualcuno), dubbi ripetitivi (per es. chiedersi se si è lasciata la porta aperta), la necessità di avere le cose in un certo ordine (per es. disagio intenso quando gli oggetti sono in disordine o asimmetrici), impulsi aggressivi o terrifici (per es aggredire un figlio o gridare oscenità in chiesa) e fantasie sessuali (per es. ricorrenti immagini pornografiche).

La persona con ossessioni di solito cerca di ignorare o sopprimere tali pensieri o impulsi o di neutralizzarli con altri pensieri o azioni (cioè, una compulsione). Ad esempio, una persona afflitta dal dubbio di non aver spento il gas cerca di neutralizzarlo controllando continuamente. Le compulsioni sono comportamenti ripetitivi (per es. lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni mentali (per es. pregare, contare, ripetere mentalmente delle parole) il cui obbiettivo è quello di calmare l’ansia.

Ipocondria
Chi soffre di ipocondria vive nell’angoscia continua di avere una malattia non diagnosticata che può arrivare  a fargli avvertire  sintomi  inesistenti e sfociare in veri e propri disturbi psicosomatici ansiosi e ossessivi-compulsivi da curare con farmaci appropriati e sedute di psicoterapia.

A volte può diventare talmente grave da compromettere una normale vita quotidiana.

L’ipocondriaco è il famoso “malato immaginario” di vecchia tradizione. In realtà per chi soffre realmente di ipocondria purtroppo non c’è niente di immaginario, perchè è un vero disturbo psichico, accompagnato da forte ansia e penosa sofferenza e riduzione della qualità della vita. Dietro a questo disturbo c’è comunque sempre una qualche forma di ansia per motivi diversi dal corpo e spesso non consapevoli all’interessato, che inconsciamente “dirotta” e “scarica” sull’attenzione al corpo preoccupazioni di ogni genere.

Molte forme di depressione, spesso ma non solo nelle persone anziane, si manifestano principalmente con un quadro di ipocondria. Solo riuscendo a capire questo e a fare chiarezza al riguardo si potràguarire, imparando ad affrontare le vere preoccupazioni sottostanti: occorre per farsi aiutare da qualcuno, psicologo, psicoterapeuta.

I criteri diagnostici per l’ Ipocondria secondo il DSM-IV-TR* sono i seguenti:
•    La preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una malattia grave, basate sulla erronea interpretazione di sintomi somatici da parte del soggetto.
•    La preoccupazione persiste nonostante la valutazione e la rassicurazione medica appropriate.
•    La convinzione di cui al Criterio A non risulta di intensità delirante (come nel Disturbo Delirante, Tipo Somatico) e non è limitata a una preoccupazione circoscritta all’ aspetto fisico (come nel Disturbo di Dismorfismo Corporeo).
•    La preoccupazione causa disagio clinicamente significativo oppure menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo, o in altre aree importanti.
•    La durata dell’ alterazione è di almeno 6 mesi. La preoccupazione non è meglio attribuibile a Disturbo d’ Ansia Generalizzato , Disturbo Ossessivo-Compulsivo, Disturbo di Panico (Senza Agorafobia e Con Agorafobia), Episodio Depressivo Maggiore, Ansia di Separazione, o un altro Disturbo Somatoforme.
•    Diversa è la patofobia rispetto all’ipocondria:

La patofobia è la paura di avere una malattia, una paura persistente anche dopo aver accertato il proprio buon stato di salute con numerosi esami clinici e strumentali e rimane una condizione fobica. L’ipocondria è una forma più grave in quanto la persona sente già alcune trasformazioni fisiche che si stanno realizzando, una “pesantezza o bruciore” localizzata all’ipocondrio, la regione intorno al petto. L’ipocondria è dunque una forma più grave della patofobia, in cui sono rintracciabili già fantasie pre-deliranti di trasformazione corporea.

Disturbi dell’umore

Depressione
Il disturbo che comunemente viene chiamato depressione è scientificamente denominato depressione maggiore.
Si tratta di un disturbo dell’umore caratterizzato principalmente da psicopatologico contrassegnato da abbassamento del tono dell’umore, abbattimento, prostrazione fisica e psichica. Un certo grado di malinconia deve essere considerato un normale turbamento dell’umore, ma è evidente nella depresione quando non è più possibile ripristinare un adeguato equilibrio affettivo.

Esistono diverse forme di depressioni, in parte differenziabili sulla base delle diverse possibili cause o concause (lesioni organiche, malattie generali concomitanti, substrati biologici come deficit di neuromediatori, fattori genetici e psicodinamici).

Accanto alla tristezza, alla disistima, al disinteresse e alla scarsa capacità di iniziativa, sono spesso ravvisabili nel depresso sentimenti di insicurezza, senso di indegnità, irrequietezza, ansia; quasi costanti l’insonnia (risvegli precoci), la diminuzione del desiderio sessuale, l’affaticabilità; frequenti i disturbi neurovegetativi (mal di testa, vertigini, turbe funzionali cardiovascolari). Spesso, specie nelle forme maggiori, si accompagna a fantasie autolesive che possono sfociare in tentativi di suicidio. Una classificazione delle depressione permette di distinguere forme maggiori di depressione endogena) e forme minori (depressione nevrotiche e reattive).

Le prime rientrano nell’ambito delle psicosi e sono caratterizzate da un andamento ad accessi, con episodi depressivi di durata variabile, che possono intercorrere più volte nella vita del paziente: l’angoscia di questi depressi è disperata, incomprensibile e non riconducibile a un evento esistenziale penoso (anche se talvolta esiste un fattore scatenante), sono presenti un senso di dolore e di vuoto interiore ineluttabile, coesistono convinzioni deliranti e autoaccusatorie, rimorso e bisogno di espiazione.

Il rischio del suicidio in questi casi è molto elevato.

Viceversa, le forme minori sono sempre riconducibili a conflittualità interiori del paziente, ovvero a difficoltà di adattamento a vicissitudini esistenziali: il malessere non raggiunge mai il livello psicotico di vera e propria alienazione, tutto appare ancorato a eventi della vita che rendono i sintomi della depressione relativamente comprensibili; prevalgono scontento, irritabilità, lamentosità, pessimismo. Il trattamento della depressione  si basa sulla psicoterapia, sulla psicanalisi  mirati a risolvere la conflittualità sottostante.

Secondo l’approccio del terapeuta, i pensieri e le convinzioni negative su di sé, sul mondo e sul futuro hanno un ruolo chiave nell’esordio e nel mantenimento della depressione. Nella cura di questo disturbo, dunque, la terapia  si focalizza, in specie, sui modi in cui il soggetto interpreta gli eventi che accadono, vi reagisce e valuta sé stesso. Il terapeuta si propone di aiutare il paziente ad identificare e modificare i pensieri e le convinzioni negative che ha su se stesso, sul mondo e sul futuro, ricorrendo a numerose e specifiche tecniche.

Il cambiamento nel modo di pensare porterà ad una regolazione del tono dell’umore e a modificazioni dei sintomi, che a loro volta influiranno positivamente sui pensieri. In modo simile, la modificazione di alcuni comportamenti problematici (es. isolamento sociale) avrà un effetto benefico sui pensieri e sulle emozioni della persona. In questo modo è possibile interrompere i circoli viziosi che mantengono la depressione nel tempo.Nei casi in cui il quadro depressivo risulti particolarmente grave, è necessario ricorrere a più trattamenti contemporaneamente (es. interventi di supporto, psicoterapia, farmacoterapia) e, in alcuni casi a ricoveri ospedalieri.

Le terapie farmacologiche  mirano a incrementare la quantità di neurotrasmettitori utilizzabili dai recettori cerebrali, secondo l’ipotesi che un deficit di queste sostanze sia alla base della depressione.

Disturbo bipolare
Il disturbo bipolare, anche conosciuto come malattia maniaco depressiva o come psicosi maniaco depressiva, è un disturbo mentale caratterizzato da oscillazioni insolite del tono dell’umore e della capacità di funzionamento della persona.
Per comprendere meglio la variabilità del tono dell’umore, immaginiamo che sia costituito da tre vettori: l’umore, il flusso delle idee ed il comportamento motorio.

Se ci figuriamo questi tre vettori rivolti verso il basso, avremo un umore depresso, un rallentamento dei pensieri e poca voglia ed energia nel muoversi, cioè lo stato depressivo.

Se, invece, ci rappresentiamo i tre vettori orientati verso l’alto avremo un umore esaltato, una grandissima quantità di idee e l’iperattività motoria, ossia lo stato dell’umore che viene definito maniacale. Nei casi in cui uno dei vettori è orientato in senso diverso rispetto agli altri avremo, infine, lo stato misto.
Il disturbo bipolare è caratterizzato, infatti, dall’alternanza di uno stato depressivo e uno maniacale (o ipomaniacale); quando la persona transita in modo non definitivo da uno stato all’altro (cioè non è completamente depresso né completamente in mania)  si può presentare, invece, lo stato misto.
Il disturbo bipolare può essere curato; la cura del disturbo deve essere condotta da specialisti che conoscono bene tale malattia.

Questa malattia è totalmente compatibile con una vita normale e produttiva, ma le cure cui ci si sottopone molto frequentemente durano per tutta la vita. Alla stessa stregua delle malattie cardiologiche e del diabete, infatti, il disturbo bipolare è una malattia di lunga durata che deve essere controllata costantemente durante vita della persona.
Nel disturbo bipolare sono presenti episodi depressivi e maniacali (o ipomaniacali).
I sintomi della depressione sono molto noti e conosciuti: umore depresso, pensieri orientati verso l’insuccesso, sensazione di fatica e scarso senso soggettivo di energia, sensazione di non farcela nelle attività quotidiane, peggioramento dei sintomi tipicamente al risveglio (anche se vi sono delle eccezioni), risvegli notturni molto angosciosi con difficoltà a riprendere il sonno, idee di morte, mancanza di speranza, inappetenza o in rari casi iperfagia, ridotta capacità di trarre piacere dalle attività che in passato procuravano gioia e soddisfazione, sensazione che gli altri possano non comprendere tale situazione e che siano ottimisti inutilmente, ridotto desiderio sessuale, difficoltà concentrarsi e a prestare attenzione, irritabilità.

E’ molto importante distinguere la depressione dalla tristezza, che non è una malattia, ma un sano sentimento umano, come anche la depressione dalla reazione psicologica ad un lutto.  La persona  depressa quando e viene sollecitata,  ha spesso un peggioramento transitorio e non riesce a godere di nessun stimolo vitale. Chi ha un lutto, inoltre, al contrario di chi è depresso, mantiene la risposta all’humour.

La mania, si manifesta in modo abbastanza eclatante, anche se con gradazioni diverse. I sintomi: umore elevato espansivo percepito dagli altri come inusuale, comportamenti molto disinibiti, facilità estrema a spendere del denaro, a fare acquisti, sensazione di energia quanto mai intensa e di senso di infaticabilità, allegria, iperattenzione ma con distraibilità, capacità di iniziare contemporaneamente tante attività ma con scarsa capacità di portarle a termine, comportamenti aggressivi e impulsivi con gravi conseguenze sia lavorative che personali, incremento della irrequietezza, essere eccessivamente sopra le righe, eccessivo buon umore euforico,  estrema irritabilità, aumento della velocità dei pensieri, saltando da un’idea ad un’altra, enorme distraibilità, ridotto bisogno di sonno, fiducia non realistica nelle proprie capacità, bassa capacità di giudizio, spese incredibili, comportamento sessuale aumentato, abuso di droghe, specialmente cocaina, alcool e farmaci, comportamento provocatorio, intrusivo o aggressivo.

Comunemente si distinguono due forme di disturbo bipolare:
•    il disturbo bipolare di tipo I, caratterizzato da episodi depressivi e episodi maniacali;
•    il disturbo bipolare di tipo II, caratterizzato da episodi depressivi e episodi ipomanacali corso della malattia e sono più comuni fra le donne che fra gli uomini.

A volte, gli episodi severi di mania o di depressione includono i sintomi psicotici. Tra questi i più comuni sono le allucinazioni (es. udire delle voci che nessuno sente, sentire degli odori che nessuno sente) e i deliri. I sintomi psicotici nel disordine bipolare tendono a riflettere la fase dell’umore. Per esempio, i deliri di grandezza, come credere uno di essere un personaggio importante, possono verificarsi durante la mania; i deliri di colpa, come credere che uno sia rovinato e abbia commesso un certo crimine terribile, possono comparire durante la depressione.
Disturbi della personalità
Il disturbo evitante di personalità (DEP) è un disturbo di personalità caratterizzato dalla convinzione radicata del soggetto di valere poco; ciò porta la persona a sentire un profondo senso di inadeguatezza nella vita di relazione, con un enorme timore delle critiche, della disapprovazione altrui e di esclusione.

Per evitare queste esperienze dolorose e la sensazione di sentirsi escluso dagli altri, la persona con disturbo evitante di personalità tende ad avere una vita ritirata; il ritiro sociale, seppur conduce ad una esistenza priva di stimoli, triste, con un visibile senso di vuoto e, a volte, quasi senza senso, evita alla persona di esporsi e di vivere il malessere dell’inferiorità e del senso di inadeguatezza.

Questi soggetti, non hanno un gruppo di amici con i quali uscire la sera e sul lavoro si mantengono ai margini rinunciando alla carriera per non essere sottoposti al giudizio altrui; tuttavia desiderano fortemente istaurare delle relazioni, poter avere un partner, condividere esperienze ed interessi con i gli altri.

Ma la difficoltà a vivere l’imbarazzo o l’umiliazione li induce ad evitare il confronto.
Le persone affette da disturbo evitante di personalità sono caratterizzate da problemi relazionali associati ad un radicato senso di inadeguatezza e timore del giudizio negativo altrui; manifestano, infatti, un elevato grado di inibizione e ritiro sociale, legato al fatto che ritengono che la valutazione negativa dagli altri sia un dato di fatto. Preferiscono allora tenersi fuori dalle relazioni, ad eccezione di quelle abituali e rassicuranti (es. con i familiari più stretti), pur desiderando di avere delle relazioni sociali.

Queste persone, infatti, sentono come gli altri il bisogno di una vita di relazione soddisfacente, che rimane, però, inespresso; questo comporta un estremo malessere che può essere sperimentato come senso di vuoto o come un doloroso senso di esclusione.
Assistono in questo modo allo svolgimento della vita degli altri come se fossero in un film di cui sono spettatori passivi; vivono costantemente la distanza dagli altri, nelle situazioni di coppia non riescono a trovare elementi di condivisione con l’altro, così come non sentono di appartenere ad alcun gruppo.

Quando si trovano a confrontarsi con le altre persone vivono il disagio della sensazione di non essere visti, di non essere considerati, alla stregua di persone di poco valore; questa esperienza favorisce il mantenimento della convinzione di valere poco e di non avere abilità sufficienti a stabilire e mantenere una pur minima relazione. Si sentono, infatti, incapaci nell’approccio e nel mantenere un discorso, hanno l’idea di non avere nulla di interessante da proporre agli altri e di non essere attraenti.

Ricorrono, quindi, all’evitamento come unico comportamento autoprotettivo da ciò che provoca malessere, dalle proprie emozioni negative; tale comportamento non permette loro di sviluppare quelle risorse ed abilità necessarie nelle relazioni, così come la capacità di venire a contatto con le proprie emozioni. Per poter vivere sensazioni positive e gratificanti, anche se momentanee, coltivano interessi ed attività solitarie (es. musica, lettura, chat) che non implicano necessariamente un contatto con gli altri; in alcuni casi ricorrono anche all’uso di sostanze, in particolare dell’alcool, per sedare il malessere interiore ritagliandosi così una parentesi di piacere virtuale. Talvolta è possibile che questo stile di vita povera di stimoli, monotona contribuisca all’insorgenza di un quadro depressivo.

Quando riescono a stabilire una relazione, in genere, le persone con DEP tendono ad assumere un atteggiamento sottomesso per il timore di perderla e di ritornare ad essere soli; si attaccano, quindi, con tenacia all’altra persona assecondandola per evitare il rifiuto temuto. Con il passare del tempo, tuttavia, tale situazione di costrizione può indurre a reazioni di rabbia non sempre controllate; i soggetti con questo disturbo, infatti, possono non tollerare l’idea di dover vivere il rapporto di coppia come se fosse l’unica via d’uscita ed esplodere quando devono affrontare le difficoltà con il proprio partner.
L’evitante si sente diverso ed inadeguato rispetto agli altri e considera questa condizione come immutabile. Tende allora a restare solo, a casa, in famiglia, lontano dal mondo, con la sensazione L’evitante si sente diverso ed inadeguato rispetto agli altri e considera questa condizione come immutabile. Tende allora a restare solo, a casa, in famiglia, lontano dal mondo, con la sensazione che la vita non possa riservargli piacevoli sorprese.

Desidera liberarsi da questo stile di vita che si ripete monotono, si ritrae temendo il giudizio negativo ed il rifiuto non ritenendosi all’altezza del confronto; si comporta allora in maniera impacciata, per rifugiarsi poi nella fuga. 
Dal momento che è possibile riscontrare la presenza di alcune di queste caratteristiche anche in altri disturbi psicologici, è opportuno chiarire alcune distinzioni del disturbo evitante di personalità  .
Il disturbo evitante di personalità, in generale, va differenziato dai disturbi d’ansia o dalla depressione, che possono rappresentare fasi transitorie del disturbo  e da coloro che reagiscono con timidezza e con comportamenti di evitamento in situazioni che vivono come problematiche e stressanti.

Questo disturbo va, inoltre, distinto da altre patologie con caratteristiche simili con cui può essere confuso, che sono:

•    il disturbo schizoide dela personalità, in cui il soggetto non desidera costruire delle relazioni, ma preferisce la solitudine ed è indifferente all’accettazione o al rifiuto da parte degli altri;

•    la fobia sociale, con cui ha in comune uno stato di attivazione ansiosa, sostenuta da una bassa autostima, che lo porta ad aspettarsi un giudizio negativo da parte degli altri; la differenza sta nel fatto che l’evitante ha un timore pervasivo in tutte le situazioni sociali e relazionali, nella fobia sociale, invece, possiamo osservare, in genere, specifiche paure correlate alla prestazione sociale;

•    il disturdo dipendente di personalità(DDP), dove si presume che la persona abbia una paura di essere abbandonato, o non amato, maggiore rispetto all’evitante;

•    il disturbo narcisistico di personalità (DNP), in cui ci si aspetta una conferma della propria grandezza dagli altri; l’evitante, invece, cerca inutilmente smentite alla propria inadeguatezza;

•    il disturbo paranoideo della personalità (DPP), che condivide con il paziente evitante la difficoltà a leggere le intenzioni altrui, che vengono interpretate a partire dal proprio punto di vista; questi due disturbi,  si differenziano per il fatto che il paziente paranoideo percepisce in termini di minaccia i pensieri degli altri, mentre l’evitante tende a pensare di essere oggetto di giudizio negativo. È, quindi, necessario rivolgersi a persone competenti che possano fare valutazione seria ed accurata del disagio.

•    Sono state descritte come altri possibili fattori di rischio, infatti, storie di abusi fisici, storie di rifiuto da parte dei genitori, atteggiamenti che vengono rinforzati dal rifiuto dei coetanei, recoci esperienze di vita che hanno condotto ad un esagerato desiderio di accettazione e ad un’intolleranza alle critiche.
In generale si sono rivelati efficaci i trattamenti psicoterapeutici individuali e di gruppo  
 Il lavoro psicoterapeutico contribuisce a diminuire il disagio emotivo delle persone e permette loro di confrontarsi con meno timori alla vita relazionale e sociale.  Il nucleo centrale del disturbo evitante è la sensazione dolorosa di non riuscire a condividere l’esperienza con gli altri e ad appartenere ai gruppi.
Disturbo Paranoide della personalità
La caratteristica essenziale del Disturbo Paranoide di Personalità (DPP) è un quadro pervasivo di sfiducia e sospettosità, tanto che le motivazioni degli altri vengono interpretate come malevole. Questo quadro compare nella prima età adulta, ed è presente in una varietà di contesti.

Le persone con questo disturbo presumono che gli altri le sfruttino, le danneggino o le ingannino, anche quando non vi sono prove che supportino queste aspettative. Sospettano, sulla base di prove insignificanti o inesistenti, che gli altri complottino contro di loro e possano attaccarli improvvisamente, in ogni momento e senza alcuna ragione.

Spesso sentono di essere state profondamente ed irreversibilmente ingiuriate da un’altra persona o da persone anche quando non vi sono prove oggettive di ciò. Dubitano, senza una giustificazione, della lealtà e della affidabilità di amici o colleghi, le cui azioni vengono esaminate minuziosamente per evidenziare intenzioni ostili. Ogni deviazione percepita dalla affidabilità e lealtà serve a supportare le loro supposizioni. Sono talmente stupite quando un collega si mostra leale che non possono fidarsi o credergli.

Se si trovano nei guai, si aspettano che gli amici e i colleghi li attaccheranno o ignoreranno i loro problemi.
Le persone con questo disturbo sono riluttanti a confidarsi o a entrare in intimità con gli altri, poiché temono che le informazioni vengano usate contro di loro. Possono rifiutare di rispondere a domande personali, dicendo che l’informazione non è “affar loro”.

Leggono significati nascosti umilianti e minacciosi in rimproveri o altri fatti benevoli. Per esempio, una persona con questo disturbo può malinterpretare un onesto errore da parte di un commesso di un negozio come un tentativo deliberato di imbroglio, o può vedere un rimprovero scherzoso casuale d

La caratteristica essenziale dell’Abuso di Sostanze è una modalità patologica d’uso di una sostanza, dimostrata da ricorrenti e significative conseguenze avverse correlate all’uso ripetuto della stessa. Perché si possa fare una diagnosi di Abuso, il problema correlato alla sostanza deve essersi verificato ripetutamente nello stesso periodo di 12 mesi oppure essere persistente. Vi possono essere: reiterata incapacità di adempiere ai principali obblighi legati al ruolo, uso ripetuto in situazioni nelle quali è fisicamente rischioso, molteplici problemi legali e ricorrenti problemi sociali e interpersonali.

Diversamente dai criteri per la Dipendenza da Sostanze, i criteri per l’Abuso di Sostanze non includono tolleranza, astinenza o una modalità d’uso compulsivo; includono, invece, le conseguenze dannose dell’uso ripetuto. Benché una diagnosi di Abuso di Sostanze sia più probabile in persone che hanno cominciato ad assumere la sostanza soltanto recentemente, alcuni continuano ad avere conseguenze sociali avverse correlate all’uso della sostanza per un lungo periodo di tempo senza sviluppare prove evidenti di Dipendenza da Sostanze.

Vi possono essere ripetute assenze o scarse prestazioni lavorative correlate ai ricorrenti effetti collaterali residui. Uno studente può presentare assenze, sospensioni o espulsioni da scuola correlate all’uso di sostanze. Mentre si trova in stato di intossicazione, la persona può trascurare i bambini o i suoi doveri casalinghi. Può ripetutamente intossicarsi in situazioni fisicamente rischiose (per es. mentre guida un’automobile. Vi possono essere problemi legali ricorrenti correlati alle sostanze (per es. arresti per condotta molesta, minacce e percosse, guida sotto effetto della sostanza).

La persona può continuare a usare la sostanza malgrado una storia di conseguenze indesiderabili, persistenti o ricorrenti, sul piano sociale o interpersonale (per es. difficoltà coniugali, scontri verbali o fisici).

Il disturbo borderline di personalità (DBP)
E’ un disturbo di personalità caratterizzato da repentini cambiamenti di umore, instabilità dei comportamenti e delle relazioni con gli altri, marcata impulsività e difficoltà ad organizzare in modo coerente i propri pensieri.

Questi elementi si rinforzano reciprocamente, generando notevole sofferenza e comportamenti problematici. Ne consegue che le persone con questo disturbo, pur essendo dotate di molte risorse personali e sociali, realizzano con difficoltà e a fatica i propri obiettivi.
Tra i disturbi di personalità, il disturbo borderline è quello che giunge più comunemente all’osservazione clinica. L’esordio avviene in adolescenza o nella prima età adulta.

Tra le caratteristiche principali del disturbo borderline figura l’instabilità emotiva, che si manifesta con repentinivariazioni umoreli, queste persone possono oscillare , senza cause esterne, tra la serenità e la forte tristezza, tra l’intensa rabbia e il senso di colpa. 
Queste “tempeste emotive” si scatenano soprattutto in risposta ad eventi relazionali spiacevoli, come, ad esempio, un rifiuto, una critica o una semplice disattenzione da parte degli altri.

La reazione emotiva di chi ha questo disturbo è molto più veloce rispetto a quella delle altre persone (vulnerabilità emotiva), per cui gestire le proprie emozioni diventa più difficile (disregolazione emotiva). 
Nel tentativo di controllare i propri picchi emotivi, le persone con disturbo borderline di personalità ricorrono all’agito, azione come prima risposta senza riflettere.

L’impulsività è rappresentata da esplosioni di rabbia, litigi violenti fino alla rissa, abuso di sostanze, abbuffate di cibo, gioco d’azzardo, promiscuità sessuale, spese sconsiderate. Possono manifestarsi, a volte anche in modo ricorrente, atti autolesivi  o tentativi di suicidio. 
Un’altra caratteristica importante di chi ha questo disturbo è la difficoltà a riflettere sulle proprie esperienze, sui propri stati d’animo e sui propri rapporti interpersonali in modo coerente e lineare.

I soggetti con disturbo borderline presentano, inoltre, relazioni con gli altri tumultuose, intense e coinvolgenti, ma ancora una volta estremamente instabili e caotiche. Non hanno vie di mezzo, sono per il “tutto o nulla”, per cui oscillano rapidamente tra l’idealizzazione dell’altro e la sua svalutazione . il genere umano è diviso in “totalmente buoni” e “totalmente cattivi”).

I rapporti iniziano generalmente con l’idea che l’altro, il partner o un amico, sia perfetto, completamente e costantemente protettivo, affidabile, disponibile, buono. Ma è sufficiente un errore, una critica o una disattenzione, che l’altro venga catalogato repentinamente nel modo opposto: minaccioso, ingannevole, disonesto, malevolo.

In molti casi le due immagini dell’altro, quella “buona” e quella “cattiva,” sono presenti contemporaneamente nella mente del soggetto borderline, generando ulteriore caos.
Tutte queste difficoltà incidono sulla stima di sé, per cui i soggetti con questo disturbo si percepiscono, contemporaneamente, sbagliati e fragili. E da se stessi cambiamenti impossibili: è una battaglia già persa in partenza, che conferma la loro iniziale percezione di essere sbagliati. 
In questo contesto, a volte l’altro è sentito come giudicante e come se fosse un nemico da cui difendersi facilmente feribili.

La terapia farmacologica attualmente viene utilizzata come supporto alla psicoterapia, per il trattamento dei sintomi del paziente. In sintesi, i soggetti affetti dal disturbo borderline di personalità presentano disregolazione emotiva ed affettiva con improvvisi attacchi di rabbia, ansie intense ed episodiche, sentimenti di vuoto, instabilità nella percezione di sé e degli altri e comportamenti impulsivi. 
Alcuni di questi sintomi si possono ritrovare anche in altre patologie, per cui, per ricevere una diagnosi seria ed accurata, è necessario rivolgersi a persone qualificate.
E’ possibile, comunque, fare delle precisazioni che possono aiutare a distinguere questa categoria diagnostica da altre ad essa assimilabili.

Il disturbo borderline di personalità ha delle caratteristiche in comune con i disturbi dell’umore, in particolare con il disturbo bipolare. Entrambi i disturbi, infatti, presentano degli stati intensi di euforia e di depressione. Il disturbo borderline, tuttavia, è caratterizzato da una disregolazione emotiva pervasiva e da oscillazioni dell’umore dipendenti dal contesto, in particolare dalle relazioni interpersonali. Nel disturbo bipolare, invece, le oscillazioni dell’umore si presentano in modo ciclico ed indipendente dagli eventi della vita.

Bisogna anche differenziare il disturbo borderline di personalità da altri disturbi della personalità con caratteristiche simili, in particolare il disturbo dipendente di personalitàe il disturbo istrionico di personalità, con i quali ha in comune il timore dell’abbandono da parte delle persone significative, il senso di vuoto e l’idea di essere sbagliato.

Un’ultima distinzione va fatta tra il disturbo borderline e la schizzofrenia I due disturbi hanno in comune alcuni sintomi psicotici, ma nel disturbo borderline questi risultano temporanei e dipendenti dallo stato del paziente o dal contesto.

I soggetti borderline, infine, hanno un funzionamento personale e sociale maggiore rispetto alle persone affette da schizofrenia.Il disturbo borderline di personalità è tra i disturbi più studiati. Il trattamento raccomandato dagli esperti per la cura di questo disturbo è la psicoterapia, eventualmente affiancata dalla farmacoterapia. La schema-focused therapy (SFT) di Jeffrey Young è un trattamento che integra l’approccio cognitivo-comportamentale con approcci basati sulle relazioni oggettuali e sulla Gestalt.

Secondo quest’approccio, nel paziente borderline sarebbero attivi degli schemi disadattavi precoci e delle strategie di padroneggiamento delle difficoltà che darebbero origine ad altri specifici schemi (es. Bambino abbandonato, Bambino arrabbiato e impulsivo, Genitore punitivo). Questo tipo di terapia mira, in particolare, al cambiamento degli schemi disfunzionali, alla regolazione emotiva e allo sviluppo di relazioni sane per il paziente.

La terapia farmacologica attualmente viene utilizzata come supporto alla psicoterapia, per il trattamento dei sintomi del paziente. La sintomatologia di questi pazienti può essere suddivisa in tre grandi aree. Nella prima e nella seconda area vengono incluse rispettivamente le difficoltà di regolazione delle proprie emozioni e dell’impulsività, sintomi che sembrano rispondere molto bene agli antidepressivi di nuova generazione. Nel caso di rabbia molto intensa o di comportamenti a rischio, si ricorre anche a basse dosi di neurolettici atipici. Quando il trattamento con gli antidepressivi risulta insufficiente, si possono utilizzare gli stabilizzatori dell’umor.

Nella terza area sintomatologica sono incluse idee persecutorie, idee suicidarie e sintomi dissociativi, per i quali si usano bassi dosaggi di neurolettici. Nei casi in cui l’incolumità del soggetto è gravemente a rischio, si può ricorrere ad un ricovero ospedaliero.

 

DISTURBO NARCISISTICO 
La caratteristica principale del disturbo narcisistico di personalità consiste nella tendenza a reagire difensivamente quando la persona sente una ferita al proprio valore. Come reazione è facile che la persona adotti atteggiamenti superbi, arroganti, che disprezzi gli altri e li ritenga le cause dei suoi problemi.

Gli individui che presentano tale disturbo ritengono di essere persone speciali ed uniche. Si aspettano di ricevere approvazioni e lodi per le proprie qualità superiori, sentendosi annullati quando non ottengono i riconoscimenti attesi e presentando spesso la tendenza a rimuginare circa tale mancanza da parte dell’altro.

Si riscontra inoltre la tendenza a reagire alle critiche sperimentando da una parte rabbia, dall’altra vergogna.
In forza del valore personale che ritengono di possedere, tali individui presumono di dover frequentare e di poter essere capiti soltanto da persone speciali, prestigiose o di elevata condizione sociale o intellettuale, a partire dalla considerazione che le loro necessità siano al di fuori della comprensione e della competenza delle persone ordinarie.

Richiedono un’eccessiva ammirazione da parte dell’ambiente. Presentano l’aspettativa che tutto sia loro dovuto e che, per effetto del loro essere persone speciali e superiori, debbano ottenere trattamenti di favore, nonché la soddisfazione immediata delle loro priorità, a cui si attendono che gli altri necessariamente si sottomettano; quando questo non si verifica, diventano furiosi e sprezzanti.
Tale senso di diritto, unitamente alla mancanza di sensibilità per i desideri e per le esigenze altrui, sfociano spesso nella tendenza allo sfruttamento ed alla manipolazione interpersonale: gli individui che presentano un disturbo narcisistico di personalità, infatti, tendono a formare amicizie o relazioni sentimentali esclusivamente se hanno la certezza che l’altro possa favorire la soddisfazione dei propri scopi (primo tra tutti rinforzare e potenziare la stima di sé ed il valore personale); si aspettano, inoltre, enorme disponibilità e dedizione da parte degli altri, fino ad abusarne, senza alcun riguardo per le conseguenze. In questo modo, l’altro viene idealizzato fino a che soddisfa il bisogno di ammirazione e di gratificazione, per poi essere anche aspramente svalutato nel momento in cui non svolge più tale funzione.

Tali individui generalmente mancano di empatia, dimostrandosi incapaci di riconoscere i sentimenti ed i bisogni degli altri, nonché di identificarsi in essi. Quando l’esperienza soggettiva dell’altro viene colta, generalmente essa è concepita in modo denigratorio, come segno di debolezza e di scarso valore personale.

Nelle relazioni tendono a mostrarsi emotivamente freddi e distaccati, nonché incuranti del dolore che generano nell’altro a causa delle loro osservazioni e considerazioni, il più delle volte espresse con toni altezzosi e sprezzanti. Il distacco si accentua quando sentono gli altri bisognosi o che si rivolgono a loro per chiedere aiuto.
Infine, sono spesso assorti in fantasie di illimitato successo, potere, fascino, bellezza o amore ideale, invidiosi degli altri o convinti che gli altri siano invidiosi di loro.

Generalmente tendono ad invidiare agli altri successi e proprietà, ritenendo di meritare più di loro i risultati che hanno raggiunti o i privilegi di cui godono; in questo senso, tendono a svalutare il contributo degli altri ogniqualvolta questi ultimi ottengono riconoscimenti o apprezzamento per il loro operato.

Il più delle volte gli individui che presentano un disturbo narcisistico di personalità intraprendono un trattamento psicoterapeutico nel momento in cui sviluppano stati depressivi che non sono più in grado di sostenere. I fattori scatenanti sono tendenzialmente costituiti da relazioni problematiche o dalla rottura di esse, da mancati riconoscimenti nell’ambito della sfera professionale, da un senso di insoddisfazione per la propria vita, da perdite o insuccessi che sminuiscono il senso di grandiosità, generando da una parte sconforto, sconfitta e fallimento, dall’altra vergogna ed umiliazione.

Alla base della depressione narcisistica si evidenzia la percezione di una profonda discrepanza tra le aspettative idealizzate e la realtà; 
Accanto a tali stati depressivi, si è rilevata l’esistenza di altri quadri sintomatologici come abuso di sostanze-psicoattive.

L’ipersensibilità al giudizio, prevalentemente nella forma di un’elevata preoccupazione per presunti difetti nell’immagine e nelle prestazioni, può diventare manifesta nelle situazioni di ansia sociale, trovando la sua massima espressione nel momento in cui tali individui ricercano l’attenzione dell’ambiente e, nello stesso tempo, ne temono la disapprovazione. Nell’ ipocondria, la focalizzazione sulla cura del proprio corpo fornisce una modalità socialmente accettabile per poter concentrare le attenzioni ed il tempo su se stessi, ottenendo la comprensione e la considerazione dell’ambiente; nello stesso tempo, la vulnerabilità o le limitazioni fisiche possono costituire una giustificazione.

Allo stesso modo, in alcuni casi i soggetti che presentano un disturbo narcisistico di personalità possono intraprendere un trattamento psicoterapeutico a partire da uno stato di profonda rabbia, che talvolta assume la forma di maltrattamenti ed aggressioni, sia verbali che fisiche, nei confronti dell’altro, percepito come invalidante.

Tale condizione risulta legata a tendenze paranoidi, che vengono espresse attraverso la convinzione “io contro il mondo”, a partire dalla valutazione che gli altri, invidiosi della loro superiorità, sono intenzionati a danneggiarli, sminuendoli o disprezzandoli, andando così a minacciare la loro autostima ed il loro valore personale.

In tali circostanze, la tendenza di tali individui è da una parte quella di attribuire agli altri la responsabilità dei propri insuccessi, dall’altra quella di mettere in atto comportamenti compulsivi, quali sedurre o iperlavorare, al fine di consolidare la propria superiorità ed il proprio potere.

Il disturbo narcisistico di personalità ha come nucleo centrale,  un profondo senso di vuoto devitalizzato, all’interno del quale l’esperienza emotiva risulta spenta ed i contatti relazionali evitati. Mascherata dietro una facciata altezzosa, si cela un senso di debolezza e di inadeguatezza, nonché una bassa stima di sé, che emerge ogni volta che l’ambiente non fornisce l’ammirazione e l’approvazione attese. Quando però accedono alla percezione della propria difficoltà o debolezza non si aspettano di essere aiutati – e quindi a fatica chiedono una psicoterapia – ma di essere sottomessi. Tendono invece all’autosufficienza, all’isolamento protettivo.

Le ipotesi suggeriscono che, nello sviluppo del disturbo narcisistico di personalità, è  di primaria importanza l’interazione che si sviluppa tra il genitore ed il bambino; in modo particolare, i soggetti che presentano questo disturbo sembrano aver sviluppato, a partire dal rapporto con i propri genitori, delle relazioni caratterizzate principalmente da una rappresentazione di sé come bisognoso di cure e da una rappresentazione delle altre persone come non disponibili a fornirle, dunque dall’aspettativa di essere rifiutati. Tale condizione genera nel soggetto la tendenza ad organizzare la propria esistenza facendo a meno dell’amore degli altri e non richiedendo il loro sostegno, contando solo su se stesso e mirando all’autosufficienza assoluta, non riconoscendo e non esprimendo i propri bisogni, assumendo atteggiamenti di distacco e di superiorità.

A partire da tali premesse, l’intimità viene a costituire un territorio minaccioso in termini di rifiuto, per cui l’individuo ben presto impara a rinunciare ad essa svalorizzandola. Nello stesso tempo, dal momento che la figura di attaccamento è percepita come distanziante ed inaccessibile, non manifestare il bisogno di essa appare come il modo migliore per riuscire a conquistare una certa dose di vicinanza nei suoi confronti; unitamente a questo, il soggetto sviluppa da una parte la tendenza a dissociare aspetti di sé percepiti come negativi (desideri e fragilità) in quanto lo espongono all’ulteriore rischio di essere rifiutato, dall’altra la tendenza ad assumere atteggiamenti che lo rendano il più possibile amabili agli occhi della figura di attaccamento stessa.

In tal modo, il soggetto elabora la convinzione che la prossimità all’altro deve essere imposta o estorta mediante un controllo serrato, mirando dunque a possedere l’altro, più che a stare con lui, nella certezza che quest’ultimo non lo accetterebbe mai, potendolo scegliere, cosi il soggetto sviluppa la tendenza ad una rappresentazione grandiosa di sé, l’aspettativa di dover ricevere per diritto trattamenti speciali, la disposizione ad atteggiamenti aggressivi nei confronti di un ambiente che non soddisfa le proprie attese.

Le osservazioni sulle precoci interazioni bambino-genitore suggeriscono, inoltre, la presenza di uno stile di accudimento in cui il bambino viene considerato dal genitore come un “mezzo” attraverso il quale sviluppare e potenziare la stima di sé, senza mai essere apprezzato per le proprie capacità e per ipropri meriti. Sebbene l’ambiente familiare del soggetto con disturbo narcisistico di personalità possa apparire accogliente nei confronti di quest’ultimo, di fatto le figure genitoriali risultano generalmente prive di empatia, emotivamente fredde e distaccate, profondamente incapaci di soddisfare i bisogni del figlio; in questo senso, frequentemente si verifica che essi attribuiscono ai propri figli ruoli o funzioni che risultano inappropriati rispetto a quelli che sono i loro normali processi evolutivi.

In tali circostanze, la deprivazione emotiva da parte delle figure genitoriali sembra essere alla base dell’atteggiamento rabbioso che il più delle volte gli individui con disturbo narcisistico di personalità tendono ad assumere in ambito relazionale.

 

DISTURBO PERSONALITA’ DIPENDENTE

Le persone che presentano un disturbo dipendente di personalità si sentono sbagliate, inadeguate e incompetenti; tale considerazione di sé le rende insicure e le porta ad avere una bassa valutazione del proprio valore personale e delle proprie capacità. 
I soggetti con DDP manifestano un forte timore di essere abbandonati.

Tale stato può portare allo sviluppo di emozioni, quali paura, terrore e ansia intensa, che inducono la persona ad avere dei comportamenti distruttivi, volti ad evitare l’abbandono. Ad esempio questi soggetti, di solito, sono particolarmente abili nel comprendere la volontà e i piaceri dell’altro, perché cercano di fare stare bene il proprio partner anticipandone i desideri.

Pensano che questo comportamento li renderà indispensabili all’altra persona e li salvaguarderà da possibili allontanamenti; 
Quando si sentono soli, o quando non hanno una relazione stabile e significativa, invece, lo stato mentale prevalente è uno stato di vuoto,  con la sensazione di “essere privo di qualsiasi scopo”.

Questo stato mentale è spesso accompagnato da un umore depresso e da profonda tristezza. 
Le personalità dipendenti, però, non sono solo docili automi guidati dalle prospettive altrui, desiderosi di accondiscendere al volere dell’altro e privi di scopi personali, in realtà, hanno dei desideri propri che, però, difficilmente riescono a riconoscere e, quindi, a perseguire; in alcuni casi, tuttavia, possono essere consapevoli di avere uno scopo diverso da quello di un’altra persona o una loro preferenza, ma presentano grosse difficoltà nel mettere in atto dei comportamenti finalizzati al raggiungimento dei loro desideri, se non sono sostenuti dall’approvazione del partner o delle figure di riferimento.

Le relazioni sono, molto simbiotiche tuttavia quando le aspettative dell’altro non sono compatibili con le proprie, essi avvertono un senso di obbligo a conformarsi ai desideri dell’altro, al quale si ribellano emotivamente con sensazioni di costrizione e di rabbia. La rabbia e il disappunto verso l’altro, a volte, inducono una sensazione che la relazione vacilli. Quest’idea di solito è insostenibile, perché le persone con disturbo dipendente di personalità la interpretano come un precursore dell’abbandono. Alcuni studi condotti sulle interazioni parentali tra madre/padre e bambino, sostengono che comportamenti di dipendenza in età adulta sono associati ad uno stile genitoriale che determina e mantiene le rappresentazioni di sé come vulnerabile e inefficace.

I bambini sembrano costruire e interiorizzare tali rappresentazioni di sé sperimentando relazioni genitoriali ambivalenti ed intermittenti nella capacità di fornire aiuto e accadimento. Tale atteggiamento induce il bambino a mettere in atto strategie per assicurarsi la vicinanza della figura di riferimento, sviluppando dinamiche di dipendenza, e a temere l’abbandono in qualsiasi momento.
La pscicoterapia risponde bene in molteplici modi a questo distubo.

Fonte: Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, 4th. Edition.

 

DISTURBO DELLA PERSONALITA’ ISTRIONICO
Il disturbo istrionico di personalità: in passato tale disturbo era conosciuto come “isteria”.

Esso si applica alle persone che mostrano comportamenti eccessivamente drammatici e teatrali, e che cercano in continuazione di attirare su di sé l’attenzione degli altri; a questo scopo si servono spesso del loro aspetto fisico, attraverso abiti eccentrici, un trucco particolare o un colore dei capelli insolito.

Benché manifestino in maniera plateale forti emozioni, si ritiene in realtà che le loro emozioni siano piuttosto superficiali. Sono persone concentrate su se stesse che si interessano eccessivamente al proprio aspetto fisico e si sentono a disagio quando non sono al centro dell’attenzione. Queste persone possono essere sessualmente provocanti e seduttive in situazioni e modi non appropriati, e sono facilmente influenzabili. Il loro eloquio è spesso impressionistico e manca di dettagli; per esempio possono esprimere con forza una propria opinione eppure essere incapaci di sostenerla con argomentazioni appropriate.n realtà chi soffre di questo disturbo ha difficoltà a raggiungere un’autentica intimità emotiva con le persone con cui si relaziona.

Nelle proprie relazioni può, ad esempio, recitare una parte (es. la vittima, la principessa) o cercare di controllare l’altro attraverso la manipolazione emotiva e la seduttività, pur non avendone consapevolezza.

Chi soffre di questo disturbo spesso presenta anche una marcata dipendenza affettiva:  essendo estremamente dipendente dall’attenzione, dall’approvazione e dal supporto esterni, risulta molto sensibile al rifiuto e spaventato dalle separazioni. Per evitare l’interruzione di     un rapporto, può ricorrere a comportamenti estremi volti ad attirare l’attenzione dell’altro (es. promiscuità sessuale, gesti autolesivi, tentativi di suicidio).
Il disturbo istrionico di personalità è più comune tra le donne che tra gli uomini. La     comorbilità maggiore si ha con il disturbo borderline di personalità.

 

Disturbo ossessivo-compulsivo di personalità
la personalità di questo tipo è caratterizzata da perfezionismo e preoccupazione per i minimi dettagli e dall’osservazione scrupolosa di regole, orari e via dicendo. Queste persone prestano così tanta attenzione ai piccoli particolari da non riuscire mai a portare a termine un progetto. Si tratta di soggetti orientati più verso le attività lavorative che verso quelle piacevoli, i quali hanno enormi difficoltà a prendere decisioni per paura di sbagliare e ad organizzare il proprio tempo per il timore di concentrasi sulla cosa sbagliata.

Spesso le loro relazioni personali sono scadenti, perché sono ostinati ed esigono che tutto venga fatto a modo loro. In genere sono seri, rigidi, formali e inflessibili, soprattutto su argomenti di natura morale. Non riescono a liberarsi di oggetti ormai vecchi e inutili, anche quando sono privi di qualsiasi valore affettivo; spesso sono avari e taccagni e vivono al di sotto delle loro possibilità. Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità si distingue dal semplice  disturbo ossessivo per la mancanza delle ossessioni e delle compulsioni tipiche di quest’ultimo.

Esso presenta un’elevata comorbilità con il disturbo evitante di personalità. Dal momento che è possibile riscontrare la presenza di tali caratteristiche anche in altri disturbi mentali, è opportuno chiarire alcune distinzioni tra il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità ed altre condizioni che possono sembrare apparentemente simili.
Il disturbo ossessivo-compulsivo di personalità si distingue dal disturbo ossessivo-compulsivo prevalentemente per l’assenza di reali ossessioni e compulsioni; nello stesso tempo, esso se ne differenzia per il fatto che, chi soffre di DOC, tormentato da pensieri ricorrenti è spinto a mettere in atto comportamenti ritualistici, riconosce come problematiche tali manifestazioni e desidera liberarsene; chi soffre di disturbo ossessivo-compulsivo di personalità, invece, raramente prova disagio a causa delle proprie caratteristiche di personalità e, piuttosto, le considera come altamente adattive.

 

DISTURBO POST-TRAUMATICO DA STRESS
La caratteristica essenziale del Disturbo Post-Traumatico da Stress è lo sviluppo di sintomi tipici che seguono l’esposizione ad un fattore traumatico estremo che implica l’esperienza personale diretta di un evento che causa o può comportare morte o lesioni gravi o altre minacce all’integrità fisica alla persona stessa o a persone vicine.

La risposta della persona all’evento improvviso, inaspettato che  coglie il soggetto impreparato a fornire una risposta adeguata creando un congelamento dell’azione.

Il trauma è ciò che si crea a livello mentale nel momento in cui si riceve “un colpo” o una serie di “colpi” non prevedibili e soprattutto non controllabili e contro la quale non e’ possibile per il soggetto adoperare efficacemente i comuni strumenti di difesa fisica e psicologica di cui siamo dotati.

I sintomi caratteristici che risultano dall’esposizione ad un trauma estremo includono il continuo rivivere l’evento traumatico, l’evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma, l’ottundimento della reattività generale e sintomi costanti di aumento dell’arousal (attivazione fisiologica del sistema nervoso agli stimoli esterni). Concorrono a creare disagio clinicamente significativo anche micro-traumi o menomazione del funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti.

Nel Disturbo Post Traumatico da Stress, si può, quindi reagire al trauma con due modalità: attraverso un potenziamento innaturale e dispendioso delle reazioni di allarme e di controllo della realtà, o attraverso un apparente “spegnimento” del meccanismo di percezione degli stimoli di pericolo e delle emozioni in genere. Si tende o a cancellare e rifiutare fortemente quanto accaduto e a rimuoverlo dalla memoria storica e da quella emotiva oppure con la frequente rivisitazione del trauma.

Ciò avviene attraverso flashback che inalzano la soglia d’allarme che mette in azione tutta la parte fisiologica con cui il nostro organismo reagisce, ad un pericolo possibile, anche se non è presente realmente.
A questa strategia di difesa è collegata la possibilità di amnesie più o meno prolungate o l’assunzione da parte del soggetto di un atteggiamento che “attutisca” l’impatto degli stimoli del mondo esterno determinando la “paralisi psichica” o “anestesia emozionale”.

Questo disturbo è molto diffuso.La psicoterapia   è centrata sul problema e non sulle cause profonde.  
I sintomi possono scomparire completamente in breve tempo dall’inizio del trattamento.  Terapie di desensibilizzazione tipo E.M.D.R,  PsicheK, Programmazione Neurolinguistiche riportano risultati efficaci in questo campo.

 

Disturbi dell’alimentazione
Anoressia e bulimia sono malattie complesse, determinate da condizioni di disagio psicologico ed emotivo, che quindi richiedono un trattamento sia del problema alimentare in sé che della sua natura psichica. Al centro del disordine alimentare, che si manifesta come malattia complessa, risultante dall’interazione di molteplici fattori biologici, genetici, ambientali, sociali, psicologici e psichiatrici, c’è da parte del paziente una ossessiva sopravvalutazione dell’importanza della propria forma fisica,del proprio peso e corpo e una necessità di stabilire un controllo su di esso.

Tra le ragioni che portano allo sviluppo di comportamenti anoressici e bulimici, si evidenziano, oltre a una componente di familiarità  l’influenza negativa da parte di altri componenti familiari e sociali, la sensazione di essere sottoposti a un eccesso di pressione e di aspettativa, o al contrario di essere fortemente trascurati dai propri genitori, il sentirsi oggetto di derisione per la propria forma fisica o di non poter raggiungere i risultati desiderati per problemi di peso e apparenza. Per alcune persone, si tratta di una tendenza autodistruttiva che le porta ad alterare il proprio comportamento alimentare.Gli effetti dei disordini alimentari sono molto pesanti, sia sotto il profilo fisico che quello psicologico.

Dal punto di vista fisico, gli effetti della malnutrizione comportano ulcere intestinali e danni permanenti ai tessuti dell’apparato digerente, disidratazione, danneggiamento di gengive e denti, seri danni cardiaci, al fegato e ai reni, problemi al sistema nervoso, con difficoltà di concentrazione e di memorizzazione, danni al sistema osseo, con accresciuta probabilità di fratture e di osteoporosi, blocco della crescita, emorragie interne, ipotermia e ghiandole ingrossate.

Le ripercussioni psicologiche, invece, comportano depressione, basso livello di autostima, senso di vergogna e colpa, difficoltà a mantenere relazioni sociali e familiari, sbalzi di umore, tendenza a comportamenti manichei e maniacali, propensione al perfezionismo.

La cura dell’anoressia e bulimia  è complessa, e spesso necessita oltre ad una terapia  sia farmacologica che psicoterapica anche l’appoggio a strutture idonee per questo tipo di patologia.
Il trattamento farmacologico per l’anoressia nervosa mira soprattutto alla cura delle eventuali patologie psichiatriche associate (depressione maggiore, disturbo compulsivo-ossessivo) e a correggere le disfunzioni organiche conseguenti alla denutrizione.

Il trattamento psicoterapeutico ad orientamento sistemico-relazionale cerca di intervenire sul problema attraverso la modificazione delle relazioni familiari problematiche all’interno del sistema familiare; esso presuppone, dunque, che sia la famiglia ad essere sottoposta al trattamento.

In casi di denutrizione molto grave è necessario il ricovero ospedaliero.

 

Disturbi  sessuali
I disturbi o disfunzioni sessuali sono caratterizzati da difficoltà psicologiche che ostacolano o impediscono il rapporto sessuale (escludendo le patologie organiche). Più specificamente, la persona con tali disturbi tende a vivere l’eventualità di un rapporto sessuale come un “evento problematico” che suscita emozioni negative (es. ansia, disgusto, sensi di colpa, vergogna, tristezza, rabbia) che, a loro volta, impediscono o ostacolano il rapporto stesso.

Affinché si possa parlare di disturbo sessuale, tuttavia, è necessario che le difficoltà percepite dal soggetto, nonché le relative implicazioni sul comportamento sessuale, si manifestino in maniera frequente, causando una consistente compromissione della sessualità ed una significativa sofferenza soggettiva.

Con il passare del tempo, inoltre, la frustrazione e lo stress causati da tali disturbi possono condizionare negativamente il rapporto con il/la partner, provocando crisi, separazioni o, più in generale, una progressiva riduzione dell’attività sessuale.

I disturbi sessuali possono essere meglio compresi se riferiti alle varie fasi che costituiscono il rapporto sessuale; tali fasi sono:
1.    fase del desiderio, caratterizzata da fantasie che riguardano l’attività sessuale;
2.    fase dell’eccitazione, che consiste in una sensazione soggettiva di piacere sessuale; accompagnata da concomitanti modificazioni fisiologiche;
3.    fase dell’orgasmo, picco di piacere sessuale che produce contrazioni ritmiche sia dei muscoli perineali che degli organi riproduttivi, generando l’allentamento della tensione psico-fisica dell’individuo;
4. fase della risoluzione, ossia la sensazione di rilassamento muscolare e di benessere generale che si sperimenta alla fine del rapporto.

Le disfunzioni sessuali si verificano in una o più di tali fasi e si dividono in:

Disturbi del Desiderio Sessuale
1.    disturbo da desiderio ipoattivo
2.    avversione sessuale
Disturbi dell’Eccitazione Sessuale
1.    disturbo dell’erezione nell’uomo
2.    disturbo dell’eccitamento sessuale nella donna
Disturbi dell’Orgasmo
1.    eiaculazione precoce nell’uomo
2.    anorgasmia o frigidità nella donna
Dsturbi da Dolore Sessuale
1.    dispareunia, sia maschile che femminile
2.    vaginismo femminile
Ciascuna di queste disfunzioni può essere presente fin dall’inizio dell’attività sessuale (disfunzione sessuale permanente o primaria) oppure svilupparsi dopo un periodo di sessualità vissuta “normalmente” (disfunzione sessuale acquisita o secondaria); inoltre, può essere limitata a specifiche stimolazioni, situazioni o partner sessuali (disfunzione sessuale situazionale) oppure generalizzata a più contesti (disfunzione sessuale generalizzata).

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